Yearning
E’ passato un po’ di tempo dall’ultima volta che ho desiderato ardentemente qualcosa. Spesso desideravo così tanto ricordare il desiderio da indurmi a desiderare quello che avevo davanti. La verità è che, per quanto odi ammetterlo, amo desiderare. In un certo senso è una posizione scomoda, perchè implica una certa “carenza”. Una malefica, famelica ossessione, vorace, che mastica i miei stessi scuri, irreprimibili voleri. Mentre penso all’aggettivo adatto faccio un gesto, quasi prensile con le mani, come se volessi afferrare, stringere qualcosa. Questo è ciò che voglio dire… Sono arrendevolmente desiderosa di desiderare. Di volere qualcosa più di quanto voglia fingere di non volerla, di cedere, dolorosamente, il mio assoluto controllo, nelle mani della bramosia. Il desiderio, quello vero, non è tale senza il suo giusto tempo. Saper desiderare richiede una certa capacità di stare nell’attesa. Il desiderante ha fretta, il desiderio no. In un certo senso, somiglia al processo della corrosione: un procedimento naturale, irreversibile, di consumazione lenta e continua, un fenomeno elettrochimico di degradazione e ricomposizione della materia. In quell’istante, in quell’incertezza materica, è possibile ricominciare a immaginare: le destinazioni si fanno più lontane, i confini più ampi, i corpi si dissolvono, la mente si fluidifica. Si ricomincia a sentire la vita che scorre, quella che divora, che elettrizza. Tutto si fa ardente, rosso carminio, vivido, fiammante. Elettrico ma silenzioso, segreto e al contempo visibile. Desiderio e pericolo si siedono rischiosamente vicini, assieme alla riservatezza che richiede la loro ammissione. Una combustione necessaria, sotterranea, cui non puoi sottrarti. Non c’è modo di sfuggire al desiderio, e se ci fosse, sarebbe un gran peccato. Il desiderio di sapere, sentire, maneggiare, toccare, assaggiare, scoprire, vedere, conoscere, ricominciare. Qualunque forma abbia, richiede l’uscita dal sè -giacchè il desiderio è di per sè qualcosa di estero- ci guida in un percorso a spirale dove l’io si dissolve in ciò che lo tiene vivo: la possibilità di divenire altro da sè. Continuamente, finchè respira: desiderare è evolvere. L’annebbiamento provocato dal desiderio, il tramortimento della mente e del suo corpo, tiene anche in vita, mette anche in moto. Bramare non ha mezze misure, non è roba per moderati. La bramosia è radicale, non è possibile stare nel mezzo. E’ il più totalizzante dei sentimenti, l’esperienza più soffocante, velenosa e al contempo anche accecante, liberatoria. Un atto divisivo, netto, folgorante. Richiede sempre una presa di posizione. Non esistono desideri equilibrati, e se lo sono, non sono veri desideri. Ardere richiede coraggio, integrità. Il rischio di non provare il desiderio equivale a vivere morendo. Il desiderio è catena e liberazione, inizio e fine, attesa e moto, ossigeno e apnea. Non c’è spazio che non venga inglobato dall’atto di desiderare. Non esiste dimensione in cui non possa digerirti e gettarti nella rossa, labirintica spirale della vita che brucia, ripristina, cancella, ricompone, distrugge, vivifica. Il desiderio è crudo, rivelatorio, autonomo. Una torre dei tarocchi. Uno stravolgimento delle fondamenta e anche la sua ricostruzione. Nonostante la dipendenza implicata tra il desiderante e l’oggetto del desiderio, desiderare rimane sorprendentemente un atto emancipatorio, vitale, itinerante. Serpeggia in tutto: anche nelle parti più inaccessibili, private, blindate e si spoglia nel veritiero, infimo, gretto riflesso di tutte le cose che sfuggono al tuo controllo. Il desiderio, nel suo picco più mortale, non conosce l’oggetto del suo tormento. E’ tenuto in vita dalla presenza del mistero, dal suo buio parziale. A metà tra la verità assoluta e la folgorante, illusoria follia, vive il desiderio, nell’attesa di essere rianimato, scuotere le tue false certezze e costringerti ad un’umiliante, piacevole resa.


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